la maniera con la quale si è conclusa la vicenda che ha tenuto l'italia col fiato sospeso per settimane, mette a nudo i caratteri profondi degli schieramenti. già il fatto che si formino schieramenti la dice lunga. ma quello che lascia interdetti è la violenza estrema degli attacchi, degli insulti, delle accuse spietate, di coloro che si sono autodefiniti - in maniera del tutto infondata - "il partito della vita".
i vescovi dell"Avvenire che definiscono "boia" il padre della malata. i ministri che affermano la malata sia morta "di sentenza". importanti figure istituzionali che accusano altre figure istituzionali di aver direttamente contribuito a un "omicidio". parlamentari che urlano, levano il dito, sbattono pugni sul tavolo. giornalisti che ragionano come teologi, e teologi che ragionano come giornalisti. uno di questi ieri, di fronte a un semplice dato scientifico ("non esiste nella letteratura scientifica alcun caso di risveglio dallo stato vegetativo al di là dei cinque anni") ha risposto con sogghigno irridente di non avere il privilegio di godere di tali "certezze" (??) e che non si puo' mai sapere, e che qualcosa puo' sempre succedere. certo, se all'università avesse studiato un minimo di statistica, insieme alla giurisprudenza e alla sociologia, oggi le sue affermazioni avrebbero tutt'altra consistenza.
e comunque, la violenza, la canea, l'aggressione. sinceramente, da gente che afferma di difendere la "cultura della vita" contro la "cultura della morte" ci si aspetterebbe ben altro comportamento. prima, durante, e soprattutto dopo l'evento definitivo.
non mi mettero' qui a discutere le ragioni degli uni e degli altri, e il perché tali distinzioni fra vita e morte non hanno senso, soprattutto non ha senso ammantarle di "cultura", né il fatto che dovrebbe essere patrimonio comune (ma non lo é) che l'insieme dei processi che portano alla morte é parte integrale dei processi vitali (e che se si vuol rendere oggetto di diritto la vita, e la nascita, e addirittura il concepimento, non si capisce perché la morte dovrebbe essere esclusa dalla lista). la scienza moderna si spinge nella ampia zona grigia fra vita e morte, rendendo i confini fra i due stati molto complicati da definire.
oggi è possibile mantenere vivo il cervello di un individuo il cui cuore è fermo, ed è possibile mantenere in funzione il cuore di un individuo il cui cervello è spento. infinite (e purtroppo spesso dense di ignoranza) le discussioni di questi giorni, su cosa sia una cura medica e cosa no, se l'alimentazione artificiale sia una vera cura medica o cos'altro, eccetera. credo che per la maggior parte della gente, quando si parlava di "sospendere l'alimentazione", l'immagine mentale fosse quella di qualcuno che impediva con malignità a una buona mamma, o a una caritatevole suorina, di avvicinarsi tremante alla povera malata e imboccarle la mela bollita col cucchiaino.
discussioni infinite, appunto, che in troppi casi si sono accalcate e hanno fatto strame di logica, buon senso e correttezza, sorvolando sul lavoro di una quantità di persone che in tutto il mondo studiano e faticano su questi argomenti (cosi' com'é puntualmente accaduto in occasione della legge 40). lo hanno fatto tutti ciascuno a modo suo quindi non vale la pena di aggiungere un altra pagliuzza al pagliaio, e soprattutto non serve assolutamente a nulla. perché alla fine la "vita" e la "morte" non c'entrano niente. gli uni non avevano granché a cuore la "vita" della ragazza, gli altri non avevano alcuna voglia di vederla (finalmente?) morire.
la contrapposizione - fortissima, senza prigionieri - è in realtà fra quelli che nella società ritengono che il cittadino debba essere libero di fare le proprie scelte, in ogni campo, e che la società debba accompagnarlo, assisterlo, aiutarlo in queste scelte. e coloro che, membri della stessa società, ritengono invece che la società debba dettar le regole, i binari, i comportamenti, le risposte, e che in caso di comportamenti contrari la società stessa debba irrogare le corrispondenti sanzioni.
in ultima analisi (come si amava dire nelle discussioni delle assemblee degli anni '70) la contrapposizione è come sempre fra liberali e conservatori. fra chi affronta la vita e le mille proposte di scelta che in questo viaggio ci si presentano, con spirito critico, indipendente, reattivo. e chi affronta le medesime situazioni con spirito fideistico, solidale, precauzionale. nessuno degli aggettivi che ho usato vuole avere connotazione positiva o negativa, nessuna posizione è necessariamente migliore dell'altra. è una contrapposizione che nelle società di tutto il mondo si ritrova in continuazione, su tutti gli argomenti, quindi nessuna sorpresa.
quello che sorprende è che nel nostro paese questa contrapposizione, come ogni altra, sfoci puntualmente nei lazzi, nelle discussioni da bar, nella violenza gratuita.
i vescovi dell"Avvenire che definiscono "boia" il padre della malata. i ministri che affermano la malata sia morta "di sentenza". importanti figure istituzionali che accusano altre figure istituzionali di aver direttamente contribuito a un "omicidio". parlamentari che urlano, levano il dito, sbattono pugni sul tavolo. giornalisti che ragionano come teologi, e teologi che ragionano come giornalisti. uno di questi ieri, di fronte a un semplice dato scientifico ("non esiste nella letteratura scientifica alcun caso di risveglio dallo stato vegetativo al di là dei cinque anni") ha risposto con sogghigno irridente di non avere il privilegio di godere di tali "certezze" (??) e che non si puo' mai sapere, e che qualcosa puo' sempre succedere. certo, se all'università avesse studiato un minimo di statistica, insieme alla giurisprudenza e alla sociologia, oggi le sue affermazioni avrebbero tutt'altra consistenza.
e comunque, la violenza, la canea, l'aggressione. sinceramente, da gente che afferma di difendere la "cultura della vita" contro la "cultura della morte" ci si aspetterebbe ben altro comportamento. prima, durante, e soprattutto dopo l'evento definitivo.
non mi mettero' qui a discutere le ragioni degli uni e degli altri, e il perché tali distinzioni fra vita e morte non hanno senso, soprattutto non ha senso ammantarle di "cultura", né il fatto che dovrebbe essere patrimonio comune (ma non lo é) che l'insieme dei processi che portano alla morte é parte integrale dei processi vitali (e che se si vuol rendere oggetto di diritto la vita, e la nascita, e addirittura il concepimento, non si capisce perché la morte dovrebbe essere esclusa dalla lista). la scienza moderna si spinge nella ampia zona grigia fra vita e morte, rendendo i confini fra i due stati molto complicati da definire.
oggi è possibile mantenere vivo il cervello di un individuo il cui cuore è fermo, ed è possibile mantenere in funzione il cuore di un individuo il cui cervello è spento. infinite (e purtroppo spesso dense di ignoranza) le discussioni di questi giorni, su cosa sia una cura medica e cosa no, se l'alimentazione artificiale sia una vera cura medica o cos'altro, eccetera. credo che per la maggior parte della gente, quando si parlava di "sospendere l'alimentazione", l'immagine mentale fosse quella di qualcuno che impediva con malignità a una buona mamma, o a una caritatevole suorina, di avvicinarsi tremante alla povera malata e imboccarle la mela bollita col cucchiaino.
discussioni infinite, appunto, che in troppi casi si sono accalcate e hanno fatto strame di logica, buon senso e correttezza, sorvolando sul lavoro di una quantità di persone che in tutto il mondo studiano e faticano su questi argomenti (cosi' com'é puntualmente accaduto in occasione della legge 40). lo hanno fatto tutti ciascuno a modo suo quindi non vale la pena di aggiungere un altra pagliuzza al pagliaio, e soprattutto non serve assolutamente a nulla. perché alla fine la "vita" e la "morte" non c'entrano niente. gli uni non avevano granché a cuore la "vita" della ragazza, gli altri non avevano alcuna voglia di vederla (finalmente?) morire.
la contrapposizione - fortissima, senza prigionieri - è in realtà fra quelli che nella società ritengono che il cittadino debba essere libero di fare le proprie scelte, in ogni campo, e che la società debba accompagnarlo, assisterlo, aiutarlo in queste scelte. e coloro che, membri della stessa società, ritengono invece che la società debba dettar le regole, i binari, i comportamenti, le risposte, e che in caso di comportamenti contrari la società stessa debba irrogare le corrispondenti sanzioni.
in ultima analisi (come si amava dire nelle discussioni delle assemblee degli anni '70) la contrapposizione è come sempre fra liberali e conservatori. fra chi affronta la vita e le mille proposte di scelta che in questo viaggio ci si presentano, con spirito critico, indipendente, reattivo. e chi affronta le medesime situazioni con spirito fideistico, solidale, precauzionale. nessuno degli aggettivi che ho usato vuole avere connotazione positiva o negativa, nessuna posizione è necessariamente migliore dell'altra. è una contrapposizione che nelle società di tutto il mondo si ritrova in continuazione, su tutti gli argomenti, quindi nessuna sorpresa.
quello che sorprende è che nel nostro paese questa contrapposizione, come ogni altra, sfoci puntualmente nei lazzi, nelle discussioni da bar, nella violenza gratuita.







